Gli italiani protestano contro l’indifferenza delle scuole e dello Stato

4. 11. 2026 / Ivan Větvička

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Le manifestazioni per migliorare le condizioni del sistema scolastico sono una presenza costante nella vita degli studenti in Italia. Le ha vissute negli anni anche l’artista e gallerista Alessandra Svatek, cresciuta e formatasi in Italia, dove si è diplomata all’Accademia di Belle Arti di Brera, a Milano. Riassume così la situazione dell’istruzione italiana e la propria esperienza delle proteste:

«Gli articoli di Britské listy sulle manifestazioni studentesche in Italia mi hanno riportata di colpo alla leggera nausea degli anni in cui studiavo a Milano. Quel senso di futilità e di disperazione dove qualcun altro sta sprecando il tuo tempo. L’impossibilità di penetrare quel muro di disinteresse e ottenere una risposta… e di conseguenza la sensazione che quello che sto imparando durante gli studi non valga il tempo, il denaro e le energie investite per poterli frequentare.

 

Vabbè dai, qualche bestemmia creativa l'ho imparata. E anche se sono cresciuta in Italia e questo sistema era l’unico che conoscevo, me ne sono andata entro una settimana dalla fine degli studi. Il diploma, poi, l’ho aspettato per quasi quattro anni. Tanto ci ha messo la mia scuola a generare un pezzo di carta!

Per quanto riguarda le proteste… accadevano ogni anno, di solito tra ottobre e novembre. Un mese di manifestazioni e un po’ di autogestione; nel calderone c’era tutto quello che in quel momento accadeva al ministero dell’istruzione e nel mondo. Il primo anno ci ho creduto. Pensavo fosse un avvertimento straordinario. Con gli anni ho avuto l’impressione che si trattasse di vacanze prolungate. Si inventavano slogan, si bruciavano foto, alla fine non cambiava niente e si tornava tranquillamente a studiare. Cioè “studiare”. Navigare una burocrazia incomprensibile anche a chi la professava… Meno male che qualcuno da fuori ha descritto l’assurdità della situazione.  Noi ormai pensavamo che fosse questo l’ordine naturale delle cose. E se poi mi immagino come sarà, visto da dentro, l’apparato politico…

Ma non vorrei che dalle mie parole sembrasse che non credo nel valore di un movimento collettivo contro un potere inefficiente/crudele/insensato. Al contrario, penso che unire le forze sia un ottimo modo per ottenere qualcosa. È però un insulto a quell’ideale limitarsi, per mettersi la coscienza a posto, a fare una passeggiata prima di cena con uno striscione su cui si è scritto qualche slogan generico. Queste manifestazioni tiepide, “di facciata”, non fanno che disperdere la forza della protesta e affogare le rivendicazioni sostanziali in frasi banali.»

Ho risposto:

«Grazie per il gentile riscontro. La situazione dell’istruzione italiana è talmente disastrosa che la mia testimonianza (disponibile qui: https://www.blisty.cz/art/136944-l-inferno-di-dante-spiega-perche-i-giovani-italiani-sono-cosi-arrabbiati.html, qui: https://www.blisty.cz/art/136914-l-esplosione-di-malcontento-degli-studenti-italiani-e-un-grido-d-aiuto.html e qui: https://www.blisty.cz/art/136524-jedete-na-erasmus-nevybirejte-univerzitu-jenom-podle-postaveni-v-mezinarodnim-zebricku.html ) risulta difficile da credere per molti lettori fuori dall’Italia. Mi guardano come un piantagrane che nell’emmental vede soltanto i buchi. Ma io descrivo semplicemente la realtà che affronto come studente della Sapienza di Roma e sulla quale non riesco a incidere in alcun modo significativo. Quando sono arrivato a Roma, mi ha sorpreso quanto odio per l’università covassero gli studenti. Dopo la laurea si mettono in testa una corona d’alloro e si sfogano urlando, alcuni proprio davanti alla statua di Minerva nella città universitaria. Ora li capisco benissimo.

Per i docenti universitari italiani, gli studenti sono plebaglia con cui perdere il meno tempo possibile. Per gli studenti, invece, il docente è soprattutto un nemico di classe.»

Alessandra Svatek ha aggiunto:

«L’Italia è facile da amare, è più difficile viverci. Con gli anni ho capito che è meglio visitarla che abitarci. Godersi le cose belle che inevitabilmente mi mancano, e scappare prima di doversi affidare a qualcuno per qualche cosa di importante.

Per esempio una volta mi ci sono voluti 27 mesi per ottenere una connessione idrica. Un’odissea per ottenere la visita di un addetto che togliesse il sigillo e aprisse un rubinetto. Uff.

 Ed è con questa sensazione di sfinimento che comincia e finisce ogni ricordo della mia amata Italia.»

Per completare il quadro:

Le proteste degli studenti italiani di quest’anno superano, per portata e intensità, il consueto «folclore scolastico». Negli ultimi anni l’aumento dei prezzi in Italia è stato enorme. All’inflazione, oltre ai fattori che hanno colpito il mondo intero (la pandemia di coronavirus, la guerra in Ucraina, la guerra americano-israeliana contro l’Iran…), hanno contribuito anche l’Anno Santo a Roma (2025), seguito subito dopo dai Giochi olimpici invernali (2026) a Milano e a Cortina d’Ampezzo. Durante l’Anno Santo il Vaticano ha registrato oltre 33 milioni di pellegrini. Benché questa cifra comprenda anche i passaggi ripetuti della stessa persona attraverso le Porte Sante, le visite a diverse chiese e la partecipazione della stessa persona a più eventi (io, per esempio, secondo le stime vaticane, conterei come una ventina di pellegrini), si è trattato di una pressione eccezionale sulle strutture ricettive e sulle infrastrutture di Roma e di altre città (dove magari i pellegrini sono andati anche a fare un giro). I prezzi degli alloggi sono saliti a livelli da far gridare al sacrilegio. Gli studenti (e le loro famiglie) non vogliono più, o non possono permettersi, di sostenere costi esorbitanti per vivere nelle città universitarie, soprattutto quando la qualità dell’insegnamento è in molti casi pessima e l’amministrazione scolastica e universitaria non funziona.

E il fatto che gli studenti abbiano inserito tra le loro rivendicazioni anche il desiderio di pace e la causa palestinese? Ebbene, da decenni commettono lo stesso errore (Alessandra Svatek ha lasciato l’Italia nel 2010): mescolano tutto con tutto, a seconda delle richieste finite, scritte su foglietti, nel calderone gestito dagli organi di autogestione studentesca, e non riescono a concentrare la protesta sui temi che li riguardano anzitutto sul piano delle condizioni materiali di vita, e non soltanto su quello morale. La forza della protesta si disperde così tra rivendicazioni che hanno legami deboli o inesistenti tra loro, la manifestazione non contribuisce a migliorare la situazione, lo studente in qualche modo sopporta gli anni di studio e, quando trova un posto in un’istituzione pubblica o comincia a insegnare, inizia a riprodurre i comportamenti che gli sono stati inculcati a scuola. Quest’anno l’enorme aumento dei prezzi ha finalmente costretto gli studenti a uscire dalla zona di comfort delle proteste annuali, più o meno tranquille, e a presentare duramente il conto alle scuole e allo Stato per la loro cronica incapacità e indifferenza. Secondo la Radio ceca (https://www.irozhlas.cz/zpravy-svet/italove-protestuji-proti-vlade-meloniove-do-ulic-v-patek-vysly-statisice-lidi_2610302104_med), venerdì 30 ottobre i manifestanti a Padova hanno bruciato una fotografia del ministro dell’Istruzione Giuseppe Valditara, mentre alla manifestazione di Napoli sono state bruciate fotografie della ministra dell’Università Anna Maria Bernini e della presidente del Consiglio Giorgia Meloni. A questo quadro si aggiungono altre azioni, legate anche a proteste diverse da quelle studentesche: a Roma sono stati incendiati cassonetti e vicino al Colosseo sono state lanciate bottiglie molotov; a Torino i manifestanti hanno fatto scaricare del letame davanti al municipio. In tutta Italia sono scese in piazza fino a 1,5 milioni di persone.

Basterà a cambiare le cose?

 

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